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Il
territorio è il luogo dove l’uomo vive il suo stato
intermedio tra creatura materiale, attraverso le sue
esigenze primarie (nutrizione, residenzialità, ecc.), e
creatura spirituale, attraverso il suo bisogno di crescita
culturale, relazionale, sociale.
Esigenze umane ed esigenze territoriali, nel modello sociale
futuro, dovranno essere rese compatibili attraverso un
sistema di gestione della risorsa ambiente dentro le regole
dello stesso.

VERSO QUALE SISTEMA URBANISTICO
Risultato della ricerca, svolta dal Consiglio Nazionale dei
Dottori Agronomi e Dottori Forestali, sugli strumenti
urbanistici vigenti nel nostro Paese
1. PREMESSA
L’evoluzione della scienza, del pensiero e della società è
un processo che non conosce soste.
È una legge della vita che coinvolge tutto: uomini, storia,
diritto sociale.
Possiamo definire questo processo come l’idealizzazione, o
meglio, la depurazione delle scorie dell’antropomorfismo
che, dalla nascita del primo pensiero logico sulla terra,
hanno prodotto la storia, la civiltà odierna ed i sistemi
che gravitano sulla creatura uomo..
Così l’evoluzione del diritto e del senso sociale non
potevano non coinvolgere l’intero impianto concettuale e
cognitivo del senso della gestione del territorio e
soprattutto della posizione dell’uomo al suo interno.
Sembrerebbe quasi fuori luogo una tale premessa per chi
vuole affrontare il complesso problema del governo e della
pianificazione del Sistema Terra.
Non c’è dubbio che quanti si trovano ad operare in materia
Urbanistica e nella gestione delle risorse territoriali, sia
in un ruolo Politico che Scientifico o Tecnico, hanno dovuto
assistere, soprattutto negli ultimi anni, ad una
complessizzazione del sistema, tanto da dover riconoscere la
necessità di una riorganizzazione sostanziale e soprattutto
concettuale della materia.
2. QUESTIONE
Senza entrare nel merito della evoluzione socioeconomica
dell’ultimo cinquantennio è opportuno sottolineare come la
crisi energetica e la necessità di un cambio (evoluzione) di
direzione del primo modello energetico della civiltà
industriale (modello petrolchimico ed estrattivo), ha
indotto l’opinione mondiale a ricercare nuovi paradigmi e
principi per lo sviluppo delle future generazioni.
La contestuale emergenza ambientale nasce proprio
dall’assioma che, ad oggi, il modello energetico-sociale
funziona con bassi rendimenti dell’energia disponibile
(sotto qualunque forma) e quindi con alte quantità di
prodotti di scarto (inquinamento).
Tale modello sociale, che possiamo definire di prima
generazione, è in antitesi con il modello termodinamico
dell’ecosistema (e dell’ambiente in generale) di cui l’uomo,
parte del tutto, è una variabile di notevole incidenza.
La distanza esistente tra i due sistemi (quello naturale e
quello socioeconomico odierno) rappresenta il differenziale
energetico (nel senso più completo del termine) che sta
richiamando ad un senso più complesso dell’Essere
all’interno del Sistema Mondo.
Un Sistema che necessariamente vede evolversi, con
progressione geometrica, il modello della gestione delle
risorse. Tali risorse, in proiezione futura, saranno sempre
più svincolate dall’oligopolio petrolchimico-estrattivo che,
come osservato, inquina troppo, ha bassi rendimenti
energetici e non è proponibile nel lungo periodo. Oltretutto
la dematerializzazione di alcune attività umane comporterà
una sostanziale ridistribuzione (sia in termini qualitativi
che quantitativi) degli scambi materiali tra popolazioni.
Le proiezioni scientifiche e sociologiche vedono sempre più
l’uomo, ed il suo sistema sociale, integrato negli stessi
principi su cui si fonda quel complesso motore (che potremmo
definire ad energia rinnovabile) costituito dal trinomio
concentrico e complanare territorio-ecosistema-ambiente.
3. SCENARIO INTERNAZIONALE
Come in tutti i passaggi storici non è possibile definire
con esattezza quando inizia o finisce un periodo; spesso ci
si affida a degli eventi che ne caratterizzano un limite o
una cronologia.
Così con la Conferenza di Stoccolma del 1972 possiamo
affermare che inizi un’era nuova (che uno studioso ha già
ribattezzato col nome di Antropocene); un’era dove uomo ed
ambiente tenderanno sempre più a fondersi e ad incidere
reciprocamente fino ad una nuova forma di equilibrio
(proprio come nella legge di azione di massa).
Bisogna però giungere al 1987 (col famoso Rapporto
Brundtland dell’UNEP) per vedere prima sancito il principio
dello “Sviluppo Sostenibile” e poi, con la Dichiarazione di
Rio sull’ambiente del 1992 e con le Conferenze
Intergovernative successive (fino a Johannesburg del 2002)
spostato sostanzialmente l’asse dal modello socioeconomico
basato esclusivamente sul Prodotto Interno Lordo, come
indicatore di efficienza di un Paese, a quello del Prodotto
Interno Netto Ecologico (PINE).
In tale contesto diventa evidente che nel conteggio delle
efficienze delle politiche economiche future bisogna
introdurre degli algoritmi che, o con il metodo degli
indicatori o con quello della contabilità ambientale
nazionale, correggano le equazioni del PIL dandogli la vera
dimensione o per lo meno una valutazione più vicina alla
realtà. Se così, l’impoverimento del capitale ambientale è
valutato in termini monetari, si possono detrarre tali
valori dal reddito nazionale e calcolare la crescita di
questo nuovo aggregato (che è appunto il PINE).
Tale correttivo avrà, nel momento in cui verrà
metodologicamente definito, l'indubbio valore di condurre la
Politica e la Gestione delle Risorse verso un orizzonte
concettuale notevolmente differente (più globale) rispetto
ai semplicistici sistemi del modello capitalistico.
Lo spostamento dell’asse della Politica dal puro Capitalismo
allo Sviluppo Sostenibile è il capolinea nominalistico dal
quale assumerà nuova forma e nuova sostanza la gestione del
mondo futuro ed in esso il Sistema Urbanistico. Un sistema
di pianificazione basato sulla capacità di ogni regione a
“produrre” all’interno del proprio territorio nel rispetto
del Prodotto Interno Netto Ecologico.
La capacità a implementare processi concordi a tale nuovo
aggregato dovrà pertanto commisurarsi alla compatibilità di
questo sistema socioeconomico nuovo con l’ambiente e le
variabili territoriali.
Pertanto l’Urbanistica, vista quasi esclusivamente come
scienza degli insediamenti umani e utilizzo del territorio,
sarà sempre più relegata a reperto da museo, pur con tutto
il rispetto per il ruolo svolto in determinate epoche
storiche.
L’INCIDENZA EUROPEA SULL’URBANISTICA
L’avvento dell’Europa Unita ha inoltre complicato la
sovranità locale sulla pianificazione del territorio. Se è
concettualmente facile ipotizzare un sistema di coerenza
urbanistica tra livello comunale, provinciale e regionale,
diventa molto più complesso e sostanzialmente impraticabile
il discorso quando sul livello locale insistono una serie di
norme e direttive che di fatto trasformano e modificano
radicalmente interi territori.
Basti pensare all’incidenza della PAC sulla geografia rurale
di interi territori per renderci conto come vasti
comprensori, nel breve arco di qualche anno, sono stati
trasformati, sia in termini dell’uso del suolo che in
funzione dei nuovi sistemi urbanistici, infrastrutturali e
socioeconomici conseguenti.
Se a questo aggiungiamo i vari livelli e competenze di
programmazione e promozione socioeconomica sul territorio ci
rendiamo conto come sia diventato complesso, se
all’argomento diamo una seria valenza, pianificare.
La necessità di una sovranità politica sulla pianificazione
locale non può evidentemente entrare in contrasto con le
“esigenze “ europee né, tantomeno, queste possono ignorare
il “bisogno” di organizzazione locale (programmazione bottom
up) anche in termini urbanistici.
È una constatazione che sta coinvolgendo il mondo Politico e
Scientifico ma, ancora in atto, non è stato modellizzato un
livello superiore che risolva la questione.
LA NORMATIVA NAZIONALE
Purtroppo le complicazioni del settore non si fermano a
questo livello; la struttura Urbanistica nazionale, pur se
ha visto negli ultimi anni un proliferare di leggi e decreti
in materia, sostanzialmente prende origine dalle leggi
fondamentali che dal 1939 ad oggi si sono susseguite.
Il modello di riferimento è quello ormai obsoleto
dell’utilizzo del territorio e non del governo dello stesso
secondo la sua vocazionalità, con parametri e norme
strutturati in funzione di una popolazione ed una economia
sostanzialmente diverse da quelle odierne.
A questo dobbiamo aggiungere poi come la Delega Urbanistica
delle Regioni abbia prodotto variegati quadri di
legislazione del settore tanto, in alcuni casi, da sembrare
norme appartenenti a stati con impianti costituzionali
differenti.
Soprattutto nel settore della pianificazione del territorio
extraurbano (che, ricordiamolo, assume valori nel nostro
paese prossimi al 90 %) assistiamo ad un impianto normativo
quasi surreale.
Il Consiglio Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori
Forestali ha svolto, nei mesi trascorsi, attraverso una
commissione appositamente costituita, uno studio sulla
pianificazione di settore, anche per stabilire all’interno
delle singole regioni il livello di approfondimento della
materia e il coinvolgimento della nostra professione nel
settore.
La risultante è stata in sintesi la seguente:
I. L’impianto normativo delle singole regioni si è evoluto
con logiche e pressioni politiche e sociali differenti.
Soprattutto negli ultimi anni si è assistito, in molti casi,
ad un proliferare di norme e decreti che di fatto hanno
complicato l’impianto normativo;
II. Dalla Valle d’Aosta alla Sicilia il territorio
extraurbano viene regolamentato con notevole disparità. Si
passa da norme in cui è obbligatorio il censimento delle
singole specie che costituiscono i boschi (o le formazioni
naturali) e la discriminazione dell’uso del suolo in unità
di paesaggio a quelle in cui le aree extraurbane non vengono
che genericamente descritte come tali, senza alcuna
differenziazione. Spesso, inoltre, il territorio extraurbano
riveste l’esclusivo ruolo di luogo di “edificabilità di
riserva”, con la semplice preoccupazione di stabilire gli
indici di cubatura; senza preoccuparsi, tra l’altro, della
destinazione degli stessi. Inoltre sono spesso rimasti
incompiuti alcuni provvedimenti legislativi non riuscendo,
di fatto, a dare applicazione congiunta ai tre livelli di
pianificazione (Regionale, Provinciale e Comunale);
III. La figura del Dottore Agronomo e Forestale viene
coinvolta in diversa misura, passando da quei pochi casi in
cui è obbligatoria la sua presenza nell’elaborazione del
Piano, ad altri in cui non v’è traccia nell’impianto
normativo, non solo del riferimento alla nostra categoria,
ma nemmeno degli elementari parametri tecnici e giuridici
per dare senso alla naturale variabilità ecologica,
strutturale e morfologica del paesaggio extraurbano;
IV. L’applicazione delle norme è forse una di quelle
variabili più omogenea ma purtroppo in senso negativo,
avendo riscontrato un quasi diffusa tendenza a
“disattendere”, soprattutto nell’ambito agricolo e/o
forestale, il ruolo normativo essenziale dei Piani
Regolatori Generali, che è quello di pianificare ed
organizzare l’intero territorio per un certo numero di anni
(anche questi variabili o in alcuni casi indefiniti).
V. In parecchie regioni sono allo studio, o nella fase
finale, riforme urbanistiche con, di frequente, scarso
livello di “capacità discriminativa” del paesaggio
extraurbano. Per di più tutto questo avviene mentre a
livello nazionale è da anni iniziato un percorso di
ristrutturazione dell’attuale impianto normativo
urbanistico. Il tutto nella assoluta mancanza di dialogo
istituzionale tra il livello Nazionale e quello Regionale .
VI. La formazione Universitaria deve essere maggiormente
indirizzata verso questa materia in un mondo, quello che già
ci circonda, dove la capacità di gestione delle risorse, in
una società basata sul “motore ad energia rinnovabile”, sarà
sempre più luogo di approfondimento e di specializzazione.
6. URBANISTICA ED AMBIENTE
Da questo, seppur sintetico, quadro dell’andamento nazionale
ci rendiamo conto della scarsa attenzione che viene data al
“valore territorio” e quindi al “valore ambiente”.
Oltretutto il repentino cambiamento del sistema
socioeconomico, dal modello Capitalistico a quello dello
Sviluppo Sostenibile, non trova più nell’impianto normativo
urbanistico nazionale che pochi casi e punti di contatto.
La necessità di conoscere, anche in termini di Prodotto
Interno Netto Ecologico, il proprio territorio non può più
prescindere da un adeguato modello di pianificazione come
base per l’organizzazione del futuro sistema di gestione
delle risorse e dell’ambiente.
Ricordiamo oltretutto che la Conferenza di Cork in Irlanda,
sullo Sviluppo Rurale, ha sancito, nel 1996, la necessità
della presenza dell’uomo, quale tutore del bene ecologico ed
ambientale, dandogli il ruolo di “Sentinella” del
territorio.
Il territorio dovrà sempre più essere il luogo dove uomo
“Sentinella” e sistema delle “Fonti Energetiche Rinnovabili”
costituiranno la base della pianificazione all’interno della
naturale tendenza evolutiva del territorio.
Gli stessi equilibri urbanistici, tra città e campagna,
tenderanno a stabilizzarsi proprio su questi parametri,
all’interno di una civiltà con disponibilità delle risorse
sempre meno accentrate (come nel caso del petrolchimico) ma
più diffuse.
Va da se che è necessario relazionare la reale capacità a
produrre beni energetici ed agroambientali, da parte della
singola unità territoriale, che in maniera tradizionale
possiamo chiamare azienda, con la reale capacità insediativa
e ridistribuiva della popolazione in sistemi urbanistici di
seconda generazione.
Lo stesso sistema di programmazione delle Opere Pubbliche
dovrà pertanto essere rapportato a questo modello che, anche
se in maniera ancora poco decifrabile, va prendendo forma.
Guido Bissanti
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