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Per sviluppo sostenibile si intende "far sì che esso
soddisfi i bisogni dell'attuale generazione senza
compromettere la capacità di quelle future di rispondere
alle loro". "Lo sviluppo sostenibile, lungi dall'essere
una definitiva condizione di armonia, è piuttosto
processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento
delle risorse, la direzione degli investimenti,
l'orientamento dello sviluppo tecnologico e i
cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i
bisogni futuri oltre che con gli attuali".
Il nuovo modello di sviluppo
socio-eco-nomico
Guido Bissanti
Per
poter comprendere gli eventi che stanno caratterizzando
la politica comunitaria degli ultimi tempi, ed entrare
nel contesto del nuovo Quadro Comunitario di Sostegno, è
opportuno inquadrare il momento storico in cui ci
muoviamo. Tutto il sistema socioeconomico è infatti
interessato da profonde trasformazioni che vedono
coinvolgere ogni aspetto dell’intero pianeta.
La
tendenza verso un mondo sempre più coinvolto da tali
questioni, conduce ogni aspetto delle future politiche
verso modelli e logiche sostanzialmente nuove e mai
affrontate, per lo meno con tale complessità, dalle
origini della politica ad oggi.
Per
fare un esempio, si nota già come le politiche mondiali
stanno evolvendosi verso i massimi sistemi, verso i
modelli di massima integrazione tra componenti sociali
ed ambientali.
Si
va in pratica verso una globalizzazione di ogni contesto
socioeconomico, verso un sistema causa ed effetto più
fluido.
Nel
contempo gli squilibri causati dal vecchio modello
consumistico e postilluminista, in transito verso nuove
forme, hanno generato le questioni che stanno alla base
delle emergenze ambientali mondiali, imponendo e
maturando nell’uomo il concetto dello Sviluppo
Sostenibile.
Globalizzazione e Sviluppo Sostenibile, che nelle teorie
di varie visioni economiche vengono viste, ora in
contrapposizione, ora, per altri, collegati, non sono
altro che le due facce di una stessa medaglia.
Assieme stanno dando vita ad un processo di
neurizzazione dell’intero sistema socio-eco-nomico.
Quest’ultimo neologismo vuole proprio configurare la
questione centrale del nuovo modello di sviluppo.
Ma
andiamo per ordine e cerchiamo di dare un significato ai
due concetti in questione - Globalizzazione e Sviluppo
Sostenibile.
Entrare nella semantica di questi due termini equivale a
dare maggior luce e chiarezza degli ambiti in cui si
dovrà muovere la neonata struttura socio-eco-nomica.
1.
GLOBALIZZAZIONE
Il
termine globalizzazione, oggi usato spesso in maniera
troppo empirica, trova negli ultimi decenni, ma
soprattutto negli ultimi anni, una sempre maggior
frequenza d’uso. Vari sono i significati che gli vengono
attribuiti. Ad esso viene spesso dato il senso di quelle
economie che tendono ad assumere caratteristiche
occidentali, come l’occidentalizzazione dell’Oriente,
ponendo come punto di riferimento e di provenienza i
sistemi e le strutture socioeconomiche americane, quasi
che la globalizzazione fosse l’importazione di un
"modello" che tende automaticamente ad affermarsi sul
globo, appunto la globalizzazione.
Per
altri rappresenta una questione dove, in un sistema
sempre più interconnesso telematicamente e
comunicativamente, l’intero pianeta tende ad assumere le
dimensioni di un villaggio globale
Ma
il termine globalizzazione non può essere raffigurato
con qualche aspetto o qualche fenomeno; esso va
assumendo sempre più, a causa delle scoperte
scientifiche e delle innovazioni tecnologiche, dei
sistemi socioeconomici sempre più interconnessi e della
dimensione spaziotemporale sempre più ridotta (ma mai
annullabile), caratteristiche simili ai sistemi
naturali; ad assumere sempre più le sembianze di corpo
unico, avvicinando notevolmente il modello
socioeconomico a quello biologico ed ecosistemico.
La
globalizzazione contiene in se allora non
caratteristiche legate all’affermarsi di un sistema
socioeconomico filo-consumistico e postilluministico ma
principi che tenderanno a distruggere l’attuale ambito
degli equilibri sociali ed economici a favore di un
altro con sistemi differenti ma più efficienti.
In
generale la globalizzazione non è un fenomeno recente ma
è in atto dalla comparsa dell’uomo sulla terra, solo
oggi i suoi effetti si percepiscono in maniera più
evidente, un po' come succederebbe ad un astronauta che
si avvicinasse alla velocità della luce; comincerebbe a
sentire gli effetti relativistici di questo nuovo
contesto, ma questi, se pur irrilevanti sono comunque
sempre in atto.
2.
SVILUPPO SOSTENIBILE
Il
concetto di sviluppo, in una lettura più moderna,
include nel processo di crescita una serie di categorie
non strettamente economiche, quali gli aspetti sociali,
abbandonando una visione economicistica, che misurava
originariamente lo sviluppo solo attraverso i valori del
PIL pro capite e poneva l’accento unicamente sul
benessere dell’uomo.
Il
capolinea, non solo nominalistico, del processo è lo
sviluppo sostenibile. L’espressione "sviluppo
sostenibile" è diventata molto popolare sul finire degli
anni ‘80. Nel 1987 infatti è stato pubblicato il
Rapporto Brundtland, elaborato nell’ambito delle Nazioni
Unite, nel cui volume viene data per la prima volta la
definizione di sviluppo sostenibile: "Lo sviluppo è
sostenibile se soddisfa i bisogni delle generazioni
presenti senza compromettere le possibilità per le
generazioni future di soddisfare i propri bisogni".
Tale
affermazione di principio, a distanza di oltre dieci
anni, è stata totalmente disattesa tanto che si è finito
per parlare di crisi ambientale come crisi economica.
Ciò
significa che è necessario allargare la nozione di
benessere e di sviluppo economico sino a ricomprendere
il valore ambientale.
Per
inquadrare meglio l’intero problema è necessario
comprendere il concetto di esternalità. Essa può essere
positiva se l’attività economica posta in essere da un
individuo arreca beneficio ad altri soggetti o alla
collettività in generale; negativa nel caso opposto. Una
ciminiera che inquina, anche se produce reddito
all’interno della sua struttura crea una esternalità
negativa a causa dei fumi di scarico.
Per
comprendere bene tale concetto è necessario confrontare
i benefici privati ed i costi sociali. Per diminuire
l’esternalità negativa è opportuno inserire una tassa
che compensi i costi sociali dovuti all’inquinamento. Le
ripercussioni ambientali di questo tipo di economie
risentono della mancanza di una autorità che ponga in
essere gli strumenti di controllo o diminuzione
dell’esternalità negativa.
È
bene comprendere che le attività umane comportano
comunque e sempre esternalità negativa (è un principio
termodinamico basato sul concetto che non esiste il
rendimento unitario e quindi il moto perpetuo).
La
mancanza di tale autorità, nonostante la stipula, dal
1950 ad oggi, di oltre 200 trattati relativi
all’ambiente, non ha risolto la questione di un’autorità
unica. D’altronde per poter comprendere se un paese
persegue uno sviluppo sostenibile o meno è necessario
apportare delle modifiche alla valutazione delle
risultanze di politica economica di un paese.
Tradizionalmente tra gli indicatori della bontà della
politica economica di un paese vi è la crescita del
Prodotto Interno Lordo (PIL): con questo termine si
identifica il reddito prodotto da una nazione nel suo
complesso, ovvero la somma dei redditi di tutte le
imprese, comprese quelle pubbliche. Tale indicatore
viene spesso erroneamente scambiato come indicatore di
"benessere" senza indicare nulla su come si sia prodotto
o dei percorsi utilizzati per produrlo.
L’analisi sui modelli socioeconomici del cosiddetto
mondo occidentale indicano che questi operano con
rendimenti bassissimi, con elevata esternalità negativa,
operando in pratica con modelli non sostenibili e con
risorse non rinnovabili.
Ora
la questione ambientale va inquadrata nel senso che
l’ambiente, in un contesto di futuro modello basato
sulle risorse rinnovabili, è la struttura su cui si
dovranno fondare le politiche dello sviluppo
sostenibile, come quelle politiche che utilizzeranno
modelli con "motore ad energia rinnovabile", cioè a
maggiore efficienza, o rendimento energetico.
Assume, in questa nuova dimensione, notevole importanza,
non solo la capacità umana ad implementare tecnologie
che emulino i sistemi termodinamici-energetici
dell’ecosistema, ma anche la capacità della Politica a
comprendere l’importanza della pianificazione e della
gestione del TERRITORIO, come luogo delle risorse di
questo nuovo modello energetico-gestionale.
A
questo punto è evidente che il giudizio sulla bontà
delle politiche di un paese dipenderà ovviamente anche
dall’utilizzo che questo fa del proprio "capitale
naturale", cioè di quel patrimonio che è il "carburante"
del motore ad energia rinnovabile.
In
tale contesto diventa evidente che nel conteggio delle
efficienze delle politiche economiche bisogna introdurre
degli algoritmi che, o con il metodo degli indicatori o
con quello della contabilità ambientale nazionale,
correggano le equazioni del PIL dandogli la vera
dimensione o per lo meno una valutazione più vicina alla
realtà. Se così, l’impoverimento del capitale ambientale
è valutato in termini monetari, si possono detrarre tali
valori dal reddito nazionale e calcolare la crescita di
questo nuovo aggregato, il Prodotto Interno Netto
Ecologico.
Tale
correttivo avrà, nel momento in cui verrà
metodologicamente definito, l’indubbio valore di
condurre la Politica verso un orizzonte concettuale
notevolmente differente (più globale) rispetto ai freddi
e livellanti sistemi del modello consumistico.
Così
dal rapporto Brundtland delle Nazioni Unite del 1987
alla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 lo sviluppo
sostenibile è divenuto un obiettivo dichiarato delle
politiche economiche e ambientali dei vari Paesi e degli
accordi internazionali aventi per oggetto materie
ambientali.
Ora
per implementare modelli di sviluppo "sincroni" con
quelli termodinamici dell’ecosistema è necessario
emulare sistemi socio-eco-nomici in linea con essi.
La
risposta, come al solito è si nel progresso tecnologico,
che può consentire di ridurre i coefficienti di
sfruttamento (o meglio di utilizzo) dell’ambiente per
unità di prodotto o servizio, ma è soprattutto nella
capacità ideologica di comprendere che solo attraverso
un nuovo modello di sviluppo socioeconomico possiamo
superare questo aspetto critico. Pertanto non essendo
tale processo ne spontaneo ne automatico è opportuno
rimodulare la cultura ed i principi ideologici che
stanno alla base delle politiche locali, nazionali ed
internazionali.
In
Europa le recenti difficoltà applicative delle strutture
normative del nuovo QCS, nei sistemi
politico-amministrative nazionali e regionali, traggono
origine da alcune verità di base.
Vediamole in sintesi:
1.
Il trattato di Maastricht del 1992 oltre a
sancire le principali politiche sull’unità monetaria ha
dato, tra gli altri, un ruolo di predominanza della BEI
sugli indirizzi politici dell’U.E.; questo principio
affonda i suoi schemi in un modello socioeconomico
capitalistico e consumistico e stride fortemente con
quelli dello sviluppo sostenibile. Infatti il
capitalismo affonda le sue radici nella capacità umana a
produrre reddito, lo sviluppo sostenibile vede nell’uomo
la creatura capace di penetrare, e di sostenere
pertanto, i principi della vita. Tra le due scuole
esiste un abisso che la storia colmerà.
2.
Agenda 2000 è una politica che si rivolge allo
sviluppo integrato, ma lo fa, inevitabilmente, con
criteri finanziari e di contabilità ed efficienza non
basati ancora sui principi dei bilanci sociali,
economici ed ambientali.
3.
Pur traendo origine da una logica tendente a
strutturare lo sviluppo socioeconomico degli stati
membri nelle direzioni individuate dalle varie
conferenze internazionali, trova notevoli ostacoli
amministrativi e ideologici nelle strutture di
periferia.
4.
Essendo uno strumento di politica programmatoria
e negoziata, ha subito, come era evidente,
l’inquinamento dei vari passaggi in discesa verso le
attuazioni di periferia; tale inquinamento è una logica
conseguenza del differente livello di comprensione,
verso il nuovo modello di sviluppo socioeconomico,
esistente tra il vertice (molto vicino
spaziotemporalmente alle conferenze ed agli accordi
internazionali) e la periferia, ancora poco integrata in
questo nuovo modello, che prima ancora che
socioeconomico è evidentemente ideologico.
Dobbiamo pertanto criticare la recente politica
dell’Unione Europea? Esiste una sola risposta certa e
plausibile.
Con
il livello delle conoscenze, della comprensione dei
nuovi orizzonti della globalizzazione e dello sviluppo
sostenibile, non poteva andare oltre; ha ottenuto ciò
che il rendimento di questo "motore" culturale,
ideologico e politico-amministrativo gli ha consentito e
gli consentirà.
Dobbiamo pensare che sia già un fallimento?
Se
la valutiamo come risultato immediato e per le ricadute
strutturali ed economiche siamo portati a dire, con
buona approssimazione, che otterrà rendimenti di scala
molto bassi; se spostiamo l’analisi sulle questioni e
problematiche che sta ponendo, allora è già evidente il
grande contributo che sta dando alla rimodulazione e
alla sollecitazione sociologica, ideologica e politica,
non solo alle nuove classi dirigenti, ma lentamente e
gradualmente agli schemi mentali di tutti noi.
Per
tale motivo Terredelsud attiverà un osservatorio delle
politiche nazionali ed internazionali, che con il
contributo di tutti, possa evidenziare le distanze o le
difficoltà dei governi a perseguire i principi di cui
sopra.
L’osservatorio dovrà dialogare sempre più:
·
con il mondo dell’etica, visto che tra le altre
considerazione si è intuito che tra modello
capitalistico e modello dello Sviluppo sostenibile
intercorrono profonde differenze etiche;
·
con il mondo scientifico, visto che la questione
delle risorse rinnovabili, quali carburante del "motore
ad energia rinnovabile" pretende un nuovo orientamento
dei modelli di ricerca scientifica;
·
con il mondo tecnico, considerando che in ogni
applicazione tecnica si dovranno individuare le
complesse funzioni e procedure che salvaguardino questi
nuovi ed affascinanti principi.
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