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In questa pagina vengono trattati argomenti relativi alla
fertilità dei suoli, intesa in termini energetici e nella
visione della disponibilità e rinnovabilità della stessa nel
lungo periodo. Le questioni affrontate, oltre che una
visione tecnica e normativa mirano a creare una coscienza di
base per un modo nuovo di "vedere" il mondo che abbiamo
ereditato e che d'ora innanzi saremo "obbligati" a
governare.
L’ORIGINE DELLA DESERTIFICAZIONE
Di Guido Bissanti
Ogni qualvolta in questo tempo si tenta di parlare del
concetto di desertificazione ci si trova di fronte a
difficoltà notevoli, legate esclusivamente alla comprensione
reale ed effettiva della portata di questo problema.
Eppure la macchina delle conferenze internazionali, ormai da
anni in movimento, sta sempre più proliferando documenti ed
“anatemi”.
Una macchina che soprattutto ad osservatori esterni non
suscita molta simpatia e, in qualche caso, induce ad alcune
perplessità: essa costa (quanti progetti si potrebbero
attuare al suo posto?), produce ulteriore carta, si
autopropaga dandosi appuntamento a nuove conferenze. Le
decisioni sono lente e inevitabilmente condizionate da
compromessi tra le molte parti in gioco.
Molti sono indotti a pensare che tutto questo porti ad una
proliferazione di documenti e di protocolli che altro non
fanno che aumentare la confusione ed il disorientamento.
Eppure è difficile sostenere che si tratti di un percorso
evitabile, non fosse altro per il primo, essenziale
messaggio che invia: le conferenze sottolineano sempre più
come ad affrontare il problema "desertificazione" debba
essere tutta intera la comunità internazionale e non solo i
Paesi direttamente colpiti - per lo più tra i più poveri del
mondo. Un messaggio che scontato non è, in risposta alla
continua tentazione di riportare il discorso sul piano della
cooperazione bilaterale, del "problema altrui" sul quale
intervenire a discrezione.
Sempre più si tenta di focalizzare il discorso su:
1. Risorse e meccanismi finanziari;
2. L’elaborazione di un documento specifico per i Paesi
dell’Europa centrale ed orientale;
3. I lavori del Comitato Scienza e Tecnologia con particolare
riguardo al recupero delle conoscenze tradizionali e i
sistemi di allerta precoce;
4. Modello delle sinergie tra gli organismi ONU;
5. "Dialogo" tra ONG e rappresentanti governativi e
all’integrazione dei programmi su desertificazione;
6. Tutela della biodiversità e cambiamento climatico.
Così diventa sempre più concreta la valutazione delle
iniziative a livello nazionale, sub-regionale e regionale di
lotta alla desertificazione. Sempre più si discute del
principale strumento operativo, i Programmi d’Azione, da
elaborare e attuare, secondo la UNCCD (United Nations
Secretariat of the
Convention to Combat Desertification), attraverso un
articolato processo di consultazione e coinvolgimento di
tutte le parti interessate - organi governativi, ONG,
comunità locali, settore privato, cooperazione
internazionale.
Negli anni che verranno saranno chiamati, sempre più, anche i
Paesi “donatori” a presentare rapporti sulle proprie
iniziative a sostegno dei Paesi in via di sviluppo affetti
da desertificazione. Comunicazioni vengono preparate infine
anche dalle agenzie internazionali e ONG.
L’obbiettivo principale di questa raccolta di informazioni è
quello di evidenziare, attraverso un confronto aperto, i
successi da sostenere, e le difficoltà sulle quali
intervenire. Una specie di "seduta di gruppo" che, pur non
giustificando le inefficienze degli attuali meccanismi di
concertazione internazionali, permette forse di comprendere
meglio gli sforzi effettuati e quelli necessari, urgenti da
compiere nel prossimo futuro ricordando inoltre che il
problema desertificazione non è "confinato" ai Paesi in cui
effettivamente si manifesta.
Cause ed effetti, diretti e indiretti, giocano oggi più che
mai a livello "globale". Così, per esempio, la
desertificazione riguarda anche i paesi del nord, dove
assistiamo ad un flusso di immigrati provenienti da regioni
dove la sopravvivenza quotidiana è minata dal degrado delle
risorse. Allo stesso modo, desertificazione e siccità
arrivano nel Corno d’Africa, forse anche attraverso
cambiamenti climatici e condizionamenti alle politiche
agricole e commerciali, in cui i modelli di consumo dei
paesi ricchi hanno più di una responsabilità.
1. Cosa è in concreto la desertificazione?
Siamo trascinati, col pensiero, all’immagine del deserto; ma
ciò è frutto di una errata interpretazione socioculturale
del concetto. Non si tratta, infatti, di una espansione dei
deserti ("desertizzazione"), ma di un "degrado delle terre
nelle zone aride, semi-aride e subumide secche, provocato da
diversi fattori, tra i quali le variazioni climatiche e il
rapporto con l’attuale modello delle attività umane" (UNCCD,
Art. 1.a).
Essa si manifesta con "la diminuzione o la scomparsa della
produttività e complessità biologica o economica delle terre
coltivate, sia irrigate che non, delle praterie, dei
pascoli, delle foreste o delle superfici boschive causate
dai sistemi di utilizzo della terra, o da uno o più
processi, compresi quelli derivanti dall'attività dell'uomo
e dalle sue modalità di insediamento, tra i quali l'erosione
idrica, eolica, ecc; il deterioramento delle proprietà
fisiche, chimiche e biologiche o economiche dei suoli; la
perdita protratta nel tempo di vegetazione naturale" (UNCCD,
Art. 1.f).
Le conseguenze di un siffatto fenomeno sono evidentemente a
tutti note ma non sono noti o meglio, chiari, i principi
sociologici che stanno generando tutto ciò.
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, sono circa 110 i
Paesi affetti da desertificazione. Non esistono dati
organici sul fenomeno, della sua velocità e diffusione, ma i
dati elaborati dall’UNEP offrono una panoramica
sufficientemente preoccupante. Sarebbero colpite o a rischio
di desertificazione il 70% delle terre aride coltivabili,
pari a circa il 30% del totale delle terre emerse. Se il
problema è particolarmente grave in Africa e nei Paesi in
via di sviluppo di Asia, America Latina e Caraibi, le
Nazioni Unite indicano che anche Stati Uniti, Australia,
Europa meridionale e orientale sono direttamente interessati
al fenomeno. Quello che sorprende su tutti è che,
addirittura, sarebbero gli USA a guidare la classifica con
il 74% delle aree colpite. In Europa, la desertificazione è
presente in Italia, Grecia, Portogallo e Spagna.
In tutto questo l’ONU ha già da tempo iniziato un percorso che
ha visto già alla fine di settembre 2000, in 167 i Paesi che
hanno ratificato la Convenzione ONU per la lotta alla
desertificazione (UNCCD), compresi tutti quelli europei.
La Convenzione prevede un Segretariato, che dal 1999 ha sede a
Bonn, un Comitato Scienza e Tecnologia, organo consultivo su
temi specifici (conoscenze tradizionali, indicatori, sistemi
di allerta precoce,...), e uno strumento finanziario, il
"Meccanismo Globale", costituito a Roma presso IFAD. Sul
piano operativo, di desertificazione continuano ad occuparsi
anche varie agenzie ONU tra le quali FAO, IFAD, il Programma
ONU per lo Sviluppo (UNDP), l’Organizzazione Meteorologica
Mondiale, UNEP, UNESCO.
Il percorso che ha portato alla Convenzione è relativamente
breve. In sintesi sono le Nazioni Unite ad interessarsi del
fenomeno desertificazione già negli anni ’50 con l’UNESCO
(Organizzazione ONU per l’Educazione, la Scienza e la
Cultura). Ma ad accelerare tale processo sono però una serie
di avvenimenti catastrofici, tra i quali la grave siccità
che colpisce il Sahel dal 1968 al 1974. La tragedia che
sensibilizza tutto il mondo, lancia un nuovo filone di
cooperazione bilaterale e multilaterale e inizia un ciclo di
nuove conferenze internazionali che contribuiscono, tra
l'altro, alla crescita della e strutture dell’ ONU e dei
suoi impegni.
Altra data fondamentale è quella del 1992 - la Conferenza ONU
su Ambiente e Sviluppo (UNCED) chiede un nuovo, più efficace
strumento internazionale contro la desertificazione. La
"Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta contro la
desertificazione, nei Paesi gravemente colpiti dalla siccità
e/o dalla desertificazione, in particolare in Africa" viene
così adottata a Parigi il 17 giugno 1994, in seguito
dichiarata Giornata mondiale per la lotta alla
desertificazione, ed entra in vigore il 26 dicembre 1996.
Così i Paesi membri si riuniscono per la prima sessione della
Conferenza delle Parti (COP) a Roma nel 1997. A questa
seguono poi COP annuali, a Dakar, Senegal; poi a Recife,
Brasile. La quarta si terrà a Bonn, Germania.
2. Ruolo dell’Italia
L’Italia partecipa attivamente ai lavori della Conferenza
delle Parti sia nel ruolo di donatore che come Paese affetto
da desertificazione. Secondo i dati in possesso del
Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio, che
presiede il Comitato Italiano di lotta alla
desertificazione, circa il 27% del nostro territorio è
minacciato da processi di inaridimento dei suoli.
L’Italia è inoltre attualmente presidente del gruppo
regionale, (il cosiddetto "annesso IV") che raccoglie i
Paesi del Mediterraneo settentrionale (Grecia, Italia,
Portogallo, Spagna, Turchia). Secondo la Convenzione,
infatti, la regione è colpita da desertificazione per
effetto di fattori climatici, crisi dell’agricoltura e
conseguente abbandono delle terre, erosione idrica ed
eolica, incendi boschivi, sfruttamento non sostenibile delle
risorse idriche soprattutto nelle fasce costiere per usi
agricoli, industriali, urbani, turistici.
3. L’origine del fenomeno
Le attività umane sono sempre state, in concreto, tra i
fenomeni principali di incidenza sugli equilibri
territoriali e dell’ecosistema.
L’uomo presente sul territorio è fattore di dinamiche che
non sempre possono integrarsi con quelle proprie
dell’ecosistema.
Anzi, uno dei passaggi fondamentali, culturali, ancora prima
che scientifici, è quello di individuare l’esatto equilibrio
tra le esigenze dell’uomo e le ricadute sul territorio.
Ma su tutto ciò è da ridefinire un preciso concetto
antropologico e quindi di collocazione della creatura uomo
nell’universo. Se essa è centrale o parte equivalente di più
componenti.
Il valore stesso che però si da sempre più (a prescindere
dalle collocazioni teologiche e filosofiche) alla tutela
della vita umana rappresenta il punto di partenza per
comprendere che la politica ambientale deve riqualificarsi
in questo rapporto di subordinazione col valore uomo.
Sembrerebbe un passaggio scontato o addirittura banale,
eppure deve essere luogo di reale e sereno confronto nella
dialettica mondiale.
In sintesi: un ambiente che va tutelato e conservato in
funzione di un servizio al valore uomo, ed un uomo che deve
riorganizzare il proprio mondo in funzione del bisogno della
tutela di se stesso per i secoli a seguire.
Questo modo di pensare introdotto per la prima volta dalle
nazioni Unite nel 1987 (Enunciato dello Sviluppo
Sostenibile) “stride” fortemente con il modello
socioeconomico che fino ad oggi abbiamo saputo mettere in
piedi.
E così come in un lontano passato l’uomo abbandonò il
nomadismo nel momento in cui imparò le prime regole della
gestione della natura, così oggi (è un processo già in atto
che ha bisogno di tempi storici per essere pienamente
compreso) l’uomo deve gradualmente abbandonare il modello di
“aggressione” delle energie e del territorio per passare a
quello di gestione e promozione dello stesso, all’interno
però delle sue regole.
Il territorio sarà per questo sempre più assimilato a
sistema energetico (passando oltre alla definizione
energetica attuale) ed in tal senso dovranno essere condotte
le politiche di tutela dello stesso.
È proprio nella comprensione delle regole che sta tutto lo
sforzo mondiale di conferenze, incontri, dibattiti anche
politici, che oggi passa il superamento di quelle condizioni
che desertificano e desertificano sia l’uomo che il mondo.
Così il valore ecosistema (ma non solo quello) diventa il
parametro di riferimento a tutti i sistemi di utilizzo
energetico che il modello socioeconomico deve operare.
Il meccanismo messo a punto dai modelli termodinamici della
natura è quello che, attraverso diversità (anche biologica)
e specializzazione, ha permesso di utilizzare al meglio
l’energia della materia (solare, terrestre, ecc.) e renderla
gradualmente al servizio dell’uomo.
Ogni qualvolta l’uomo implementa sistemi termodinamici
“distanti” da quelli naturali incrina ed abbassa il
rendimento energetico della “materia” impoverendola e
desertificandola.
È nella comprensione culturale di questi principi che oggi
si basa la rifertilizzazione della materia, che deve
procedere da quella spirituale fino a quella materiale.
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